Gli studenti tornano in piazza – intervento su l’Unità di Dario Costantino

L'Unità - Fondata da Antonio Gramsci nel 1924

Di Dario Costantino

Un’operazione storica. La spiegavamo così il primo giorno di scuola di cinque anni fa ai nuovi iscritti: l’ultimo governo di centrodestra tagliava gli investimenti all’istruzione dopo 150 anni di continuo aumento. Al fondo l’idea, purtroppo ancora sostenuta da alcuni, era separare le intelligenze delle mani e della mente e costruire una scuola pubblica sempre più piccola ed elementare. Nel frattempo l’abbandono scolastico è cresciuto, le iscrizioni all’università sono calate, l’edilizia scolastica è in eccezionale stato di difficoltà e l’offerta formativa è stata ridotta all’osso. Nonostante i risparmi il Paese recede e i ragazzi studiano poco e lavorano meno, con somma soddisfazione dei sottotenenti della meritocrazia. Un leggero segnale di inversione è arrivato. Il decreto Istruzione del Governo, nei suoi limiti, consegna ai ragazzi un primo giorno di scuola diverso, con qualche strumento in più e un’ingiustizia in meno: quell’insopportabile bonus maturità, su cui si è danzato un po’ troppo. Non sarà, né può essere presentato come la Gerusalemme del sapere, ma intraprende dei primi e necessari accorgimenti. Quei provvedimenti però non avranno il successo che sperano se non saranno inseriti in un disegno di insieme. Tanto meno le strade strette di questo esecutivo possono giustificare l’assenza, a sinistra, di una riflessione organica sulla scuola, l’università e la ricerca. Non può presumerlo, in primis, il Partito democratico che guida quest’esecutivo. Cominciamo rovesciando le ragioni che hanno giustificato questi anni. Per prima cosa: il sistema sapere è l’elemento fondamentale per la costruzione di un modello di sviluppo intelligente e sostenibile, funziona se è capace di includere e diffondersi, generalizzando l’accesso ad alti livelli di conoscenza. Farlo significherà aumentare le risorse e la relazione con la vita delle città e col mondo della produzione. La trasformazione della scuola chiama tutti all’impegno. Dovranno essere i docenti e gli studenti a stabilire insieme i temi, i tempi e gli spazi dell’apprendimento, integrando gli obiettivi nazionali con il patrimonio delle città e del territorio. È la possibilità di una classe siciliana di studiare una onografia su Sciascia anziché un anno di Promessi sposi, stipulando un nuovo patto educativo. Lì maestro e allievo vivono alla pari un percorso di ricerca, che include, impiega il web, interseca le discipline, valuta il prodotto e il processo di ciò che si è fatto e non lascia nessuno indietro. Su questo dovremo essere capaci di incontrarci e indirizzare un cammino collettivo di riforma. Ognuno però ha bisogno degli strumenti per studiare. Per comprarsi dei libri, un e-reader o banalmente per arrivare a scuola. Il governo ha aperto una strada, ma è al Parlamento e alle forze politiche a cui chiediamo di costruire un’infrastruttura migliore. Nel nostro Paese esistono venti leggi regionali diverse sul diritto allo studio, e pare che gli estensori non si siano mai rivolti la parola. I 15 milioni erogati dal governo non bastano e vengono distribuiti in un regime di iniquità interregionale. È doveroso adottare una legge nazionale che renda omogeneo il diritto allo studio da Palermo a Torino, integrandolo ad un welfare più ampio, che deve crescere dal municipio alla Regione, dai teatri comunali ai trasporti interurbani. Su questo abbiamo scritto una proposta di legge con le altre associazioni studentesche, depositata da alcuni giovani parlamentari del Pd. Per questo andremo in piazza l’11 ottobre, in tutta Italia. Per chiedere una rapida calendarizzazione e approvazione del testo. Le assenze non sono giustificate.

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