Fuori Classe. la scuola cambia se rientra in gioco.

Immaginate la scuola come il luogo di tutti, un laboratorio di conoscenze e di vitalità. Dove sarà possibile apprendere un elemento chimico e la bellezza dello stare insieme. Come nella bottega, dove l’artigiano e gli aiutanti limano il legno, così la scuola interrogherà testa e corpo, esperienze e audacia. Non conteranno soltanto le abilità di un’allieva, l’eloquio del docente, ma prima di tutto la qualità della squadra. Sapere è libertà e il cambiamento fantasia. Lo si realizza con l’impegno di tutti e l’indispensabilità di ognuno. Insieme cambieremo la scuola dal basso. Pensate di Introdurre un linguaggio diverso in cui includere viene prima di selezionare; cooperare diventa più importante di competere; fare bene al posto di fare presto; capire per non limitarsi a giudicare. La scuola che parte da noi contemplerà il territorio, le sue ricchezze, i suoi dissidi. Pretenderà sostenibilità, socialità e interesse. Saprà mettere a disposizione i propri spazi per ripetere, cercare, incuriosirsi, giocare. Tutti i giorni e tutta la vita. Saprà dare e sarà pronta a ricevere. Ci riusciremo. Sarà possibile se terremo insieme tutti: gli insegnanti, i lavoratori, la gente del paese, le imprese, la politica, noi. La Scuola è futuro se conquista gli spazi del presente, e il presente avrà valore se marcerà dritto verso il futuro.

  • Cambiare la didattica, cambiare la scuola.

Il problema più grande è che la scuola di oggi non entusiasma, non incuriosisce, esclude, separa bravi e meno bravi, periferie e centro. Ha piani didattici pensati in un vecchio mondo per un vecchio mondo.

E’ rimasta chiusa nel disciplinarismo ordinato dall’alto: il ministero decide quali sono gli obiettivi da raggiungere nei vari anni e nelle diverse materie. Per cui diventa accettabile avere dodici professori (precari) di matematica in cinque anni, perché l’obiettivo non è costruire un piano didattico condiviso fra i docenti e gli studenti, in un percorso che interagisca con le difficoltà e i pregi di chi hai di fronte e attorno, ma segnare nel registro delle lezioni “missione compiuta”. Diventa accettabile studiare per un intero anno Manzoni, senza conoscere profondamente la storia del tuo territorio, le parole di Italo Calvino o di Leonardo Sciascia. E’ quello che chiede il sistema. La ragione per cui muore l’autonomia.

La scuola però ha una speranza per cambiare, che si muove ogni giorno fra i suoi banchi, le sue cattedre, i suoi corridoi. E’ nelle persone che la vivono, studenti in primis. Da qui può partire la vera riforma, quella che parte dal basso e chiama tutti al lavoro. In ogni scuola dobbiamo impegnarci a stringere patti educativi con il corpo docente o con una parte di esso, in modo tale che i tempi, gli spazi, gli strumenti e gli obiettivi della didattica vengano stabiliti insieme. Patti educativi che ci rendano padroni della nostra curiosità, del nostro tempo, delle aule e dei corridoi in cui viviamo. Che rendano possibile per la comunità scolastica di pensare a se stessa in libertà, contaminando le materie, connettendole, riducendo le ore delle lezioni frontali per aprire più spazi di reciprocità nell’apprendimento. Sono patti che si basano sul rispetto reciproco, sull’ascolto, sulla responsabilità che ci si assume nel momento in cui si è parte determinante della propria vita quotidiana individuale e collettiva. E’ possibile immaginare una rappresentanza che dalla classe alla consulta costruisca il pensiero, l’approccio, il modo con cui si vive la scuola. Che discuta insieme con i docenti i processi di apprendimento, le modalità con le quali vengono svolte le lezioni, distribuiti i tempi e organizzati gli spazi delle stesse.

  •  Valutare non punire.

Impegnarsi a cambiare la didattica vuol dire creare le condizioni per mutare il metodo e l’idea di valutazione nelle scuole.

La valutazione a scuola si riduce spesso al giudizio sull’efficienza dello studente: quante nozioni sono state incamerate e con che aderenza al testo vengono esposte. E’ l’epilogo di una didattica priva di interazione fra maestro e allievo, nella quale i piani di studio sono stabiliti altrove rispetto alla comunità che li apprende e in cui il voto non può che essere un giudizio capitale. Al peggio: uno strumento periodico di controllo disciplinare e didattico.

La valutazione degli obiettivi conseguiti dall’alunno e dalla classe si traduce nei fatti, nella sua più intima concezione e al di là delle buone pratiche, in un processo unilaterale, che coinvolge esclusivamente la parte docente. Il fine della scuola non è ottenere un buon voto.

Molti docenti e molte scuole sono riusciti a recuperare le esclusioni e a ridurre le frizioni all’interno della classe con il dialogo, il confronto, la responsabilizzazione. Senza che nessuno abbandoni il proprio ruolo, bensì riempendolo di senso.

E’ una missione che non si conclude nelle formalità, ma si costruisce col tempo, attraverso una pratica quotidiana e faticosa, coordinando le nostri reti di rappresentanza, creando un rapporto con i docenti che vogliono condividere un pensiero diverso, sapendolo divulgare e raccontare con tutti i mezzi possibili ovunque serva una testimonianza del cambiamento possibile.

C’è di più. Se la scuola, nel suo insieme, si sofferma sui risultati raggiunti senza voltarsi indietro, cercando le difficoltà del percorso, non troverà le risposte adeguate per non lasciare indietro nessuno.

Deve analizzare i problemi strutturali, se ci sono, del modo in cui si sta insieme. Deve saper riconoscere le difficoltà sociali ed economiche che concorrono all’esclusione o all’insuccesso dei ragazzi e pensando alle possibili soluzioni, da sottoporre all’Istituo e al Paese.

Ogni scuola deve arricchire l’autovalutazione di processi di partecipazione ed ascolto, anche informali, che badino a studiare in primis i processi dell’apprendimento, anche attraverso organismi prettamente scolastici di docenti e studenti preposti a questo. Potrebbero riempire questo campo scoperto, connettendo le attività del comitato studentesco e del collegio docente. E’ uno spazio di democrazia di cui la scuola ha bisogno per pensare meglio a sé stessa, per correggere i propri errori e superare i propri limiti.

  •  Città, territorio e autonomia.

La scuola è comunemente considerata come un luogo di formazione adolescenziale. Un luogo per lo più mattutino e generazionale. Può e deve essere molto di più. Tempo fa qualcuno ha immaginato le scuole aperte tutto il giorno, tutto l’anno e tutta la vita. E’ nei luoghi di formazione e di cultura che le città devono trovare il mezzo e il fine per il proprio sviluppo. Le istituzioni del sapere sono lo strumento con cui possono diventare sostenibili e intelligenti, in termini ambientali, sociali ed economici. Quel sapere che crea opportunità, prospettive, lavoro. Vuol dire rendere il diritto ai lavoratori di aggiornare le proprie competenze, maturare nuovi percorsi di studi, soddisfare le proprie curiosità. Significa interagire col settore produttivo mettendo a disposizione la propria conoscenza e i propri strumenti di studio, recependo il know how dal territorio e delle imprese. Significa creare un luogo di cultura in cui ha cittadinanza tutta la comunità, da cui trae e a cui dona qualcosa.

I comuni devono occuparsi di tutto ciò. E’ un percorso complesso, che sicuramente non è facilitato dalle normative e dai finanziamenti correnti, ma si può intraprendere.

Possiamo creare uno strumento in cui possa vivere questo dibattito e in cui possano avere luogo le scelte che ne determinano gli effetti. Un’annuale conferenza (e un permanente gruppo di lavoro) che abbia come protagonisti il Comune (o i consorzi comunali che hanno un polo scolastico di riferimento) le scuole (studenti e docenti), le associazioni culturali e sociali, il mondo del lavoro e delle imprese. Fuggendo il più lontano possibile dalla burocrazia dei consessi e delle autoreferenzialità. Da lì la scuola e il territorio devono riuscire a parlarsi, tenendosi in un progetto di insieme, in cui la politica assume un ruolo di raccordo attraverso l’istituzione comunale, i partiti e le associazioni.

 

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