ottobre 30

Nel frattempo in Spagna che succede? Storia di riforme che si ripetono.

Il progetto di riforma educativa del governo neo-liberale di Mariano Rajoy si inserisce pienamente nella prospettiva politico-culturale che, in questi anni, è stata dominante nell’intero continente europeo e che si caratterizza per una sostanziale compressione della spesa dello Stato nel comparto educativo e un arretramento progressivo del ruolo del pubblico. La riforma, che nelle scorse settimane è stata approvata dal Congresso e che ora dovrà passare dal Senato, ha generato enormi mobilitazioni nell’intero Paese: scioperi e manifestazioni studentesche che si opponevano al contenuto della legge e chiedevano alle forze di governo un passo indietro e una revisione di alcuni punti particolarmente controversi. I tagli, che si inseriscono in un progetto più ampio di snellimento della spesa dello Stato, si accompagnano ad ulteriori modifiche nell’assetto del tessuto educativo spagnolo.

In primo luogo, dopo le riforme socialiste che valorizzavano la laicità in ambito educativo, la religione torna ad avere un ruolo importante e a fare parte a tutti gli effetti della media dei voti finali, accompagnandosi a una revisione e a una riduzione dell’educazione civica; le autonomie, anche in ambito linguistico, vengono ridotte, in favore di una generale centralizzazione delle politiche educative; la valutazione assume, nel disegno di scuola dei popolari, un ruolo preminente, di indirizzo: tornano le revalidas, esami di fine ciclo necessari per il conseguimento del diploma; il tetto di alunni per classe, invece, aumenterà del dieci per cento, mettendo i docenti in condizioni difficili. Altro punto cruciale è la divaricazione fra i percorsi formativi: le legge prevede, per i più meritevoli, un percorso pre-universitario e indirizza invece i più deboli verso percorsi di formazione professionale, per un inserimento anticipato nel mondo del lavoro. Quest’ultimo punto, in particolare, rischia di trasformarsi in un provvedimento classista, plutocratico, che unito al vertiginoso aumento delle tasse universitarie (quasi raddoppiate, tra il 60% e il 130%) e alla riduzione delle borse di studio, penalizza le classi sociali che stanno attraversando la crisi con più difficoltà. L’introduzione di una Formazione Professionale chiamata “basica”, destinata ad alunni fra 15 e 17, si muove infatti proprio nella direzione opposta di una scuola inclusiva e aperta, che abbia come valore primario il principio di uguaglianza.

Più di una riforma, anche secondo le associazioni studentesche e i sindacati (uniti in una protesta comune e concertata), si tratta di una controriforma che porta con sé un arretramento paragonabile per alcuni a un ritorno alla scuola dell’epoca franchista; di certo è un’involuzione che apre una fase difficile anche per la scuola spagnola e che impone di fare fronte comune contro l’austerità e la compressione della spesa in materia educativa, contro l’ideologia che da anni è dominante in Europa.

 

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