INVALSI: oltre il boicottaggio insiste il cambiamento.

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FdS non si accoda alla schiera del boicottaggio tout-court dei test Invalsi. È una pratica inutile. La valutazione è un elemento essenziale nella scuola come nella vita, ed è a partire da questa convinzione che è necessario cambiare i presupposti culturali e politici di quei test.

Innanzitutto, recuperando le intenzioni del programma di Lisbona, bisogna individuare obiettivi di lungo periodo per il sistema educativo. Ad essere valutati, oltre gli studenti, devono essere soprattutto i processi: le strategie e i progetti messi in campo per raggiungere i risultati a cui si ambisce.

A causa delle politiche degli ultimi governi, il nostro istituto di valutazione nazionale non ha fatto altro che registrare il risultato dell’impoverimento della scuola, la selezione sociale che vige al suo interno e i suoi limiti strutturali e pedagogici.

Sarà anche vero che l’Italia non è un Paese con una forte cultura valutativa, ma qualche motivo dovrà pur esserci. Dal punto di vista degli studenti è ragionevole nutrire seri dubbi sulla valutazione se l’istituto deputato a farla è stato utilizzato spesso come strumento politico. L’ulteriore beffa è che gli si affida un budget insufficiente, un personale esiguo e in larga parte precario. C’è bisogno di operare al contrario, cominciando col rendere l’Invalsi indipendente dal MIUR.

Di strada da recuperare ne rimane ancora parecchia. La destra, negli scorsi anni, ha utilizzato la valutazione come strumento punitivo e metro di competizione fra le scuole: il messaggio è passato forte e chiaro. Per questo sono nati i corsi pomeridiani di preparazione alle prove e l’apprendimento, nella buona parte delle attività mattutine, ha lasciato spazio al teach to test. Ma le scuole non sono imprese private, non competono fra di loro: non possono permettersi che qualcuna fallisca, secondo le leggi del mercato. Bisogna che vincano tutte e che vincano bene.

A cambiare profondamente deve essere la cultura con cui si costruisce l’intero impianto della valuazione. Le ultime aperture del presidente dell’Invalsi Anna Maria Ajello lasciano ben sperare nell’apertura di un dialogo franco e costruttivo.

Valutare il sistema educativo italiano non può ridursi all’attuale misurazione censuaria delle conoscenze degli studenti. Oltretutto, immaginare che le abilità e le conoscenze si possano misurare dalle risposte esatte espresse su un questionario è riduttivo, se non in parte ingiusto. La valutazione deve concentrarsi sui processi dell’apprendimento, oltre che sul suo prodotto.

Oltremanica ci sono esperienze che possono farci riflettere. Al national health service (il sistema sanitario inglese) la prassi valutatitva è rigidissima. L’analisi è focalizzata attorno all’efficienza, ossia al tempo che intercorre fra l’arrivo del paziente in pronto soccorso, la diagnosi e l’ospedalizzazione o le eventuali dimissioni. Più il tempo è breve, migliore è la valutazione della prestazione e del personale. Questo sistema ha permesso un miglioramento sul trattamento dei casi più urgenti, ma ha avuto delle conseguenze. Da un lato Il tasso di stress del personale medico e degli infermieri è a livelli preoccupanti. Dall’altro, a pagare le conseguenze più gravi di questa imposizione della velocità sono i pazienti normali, la maggioranza. Sono quelli che soffrono di patologie i cui sintomi appaiono meno gravi, più nascosti e ai quali viene prestata meno attenzione. Per loro il sistema è peggiorato. Dovrebbe servirci da lezione.

L’apprendimento è un po’ come il linguaggio del corpo: richiede cura e pazienza. Prestare maggiore interesse alla valutazione dei suoi processi è la chiave per valorizzare le strategie migliori adottate dalle scuole e per individuare gli errori di percorso. D’altronde l’intelligenza contempla alcune abilità che il sistema valutativo attuale non riesce a vedere. Riguardano la capacità di condividere i percorsi di apprendimento, la collaborazione per raggiungere un risultato e risolvere un problema, la ricerca di una soluzione attraverso la consultazione di fonti diverse, la qualità dell’utilizzo degli strumenti tecnologici per apprendere bene e meglio, e molto altro. Sono abilità che la scuola deve stimolare e alimentare, senza rinchiudersi, ma capendo dove sbaglia e come può migliorare.

In questi giorni gli studenti italiani hanno sostenuto le prove invalsi e oggi toccherà a quelli delle scuole secondarie superiori. Replicare ogni anno queste discussioni non ha senso, serve andare oltre. Non resta che capire chi ha intenzione di farsi carico di questa sfida. All’inizio del suo mandato Renzi ha suscitato grandi aspettative nel mondo della scuola, ma ci si aspetta ancora tanto. Si riparta da qui.


Dario Costantino

coordinatore nazionale – Federazione degli Studenti

 

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